Mascherina Ayzoh! per produzioni a bassa tecnologia

Progetto di Ubaldo Samuelli

Lo studio di design di Ayzoh! ha sviluppato un modello di mascherina protettiva a doppio strato progettata per essere fabbricata in modo semplice e veloce anche con attrezzature molto basiche: forbici e macchina da cucire. Il progetto — che contiene un modello di facile lettura — è a disposizione di tutte le organizzazioni no-profit extra-europee.

Al momento (8 aprile 2020) la nostra mascherina è in produzione in Camerun, Capo Verde, Etiopia e Madagascar. Per ricevere il progetto o per informazioni contattaci qui.


Importante!

Queste mascherine esteticamente assomigliano alle chirurgiche (gruppo 1) e servono soprattutto per proteggere le persone circostanti. Se la persona che indossa questa mascherina è infetta, a seconda di come questa mascherina filtrante è stata realizzata, essa può limitare (e non certo eliminare del tutto) la possibilità di infettare persone circostanti.

Queste mascherine filtranti NON sono dispositivi medici (DM) e NON sono dispositivi di protezione individuale (DPI) perché in questa fase di emergenza possono essere prodotte senza rispettare le rigide norme previste per fabbricare mascherine dei gruppi 1 e 2.

Questa libertà produce mascherine che non sono state né progettate, né testate in base a regole precise e pertanto NON può esservi garanzia che limitino il rischio di contagio delle persone circostanti, così come NON può esservi garanzia che mantengano sano colui che la indossa quando si avvicinai a persone contagiose.

Per queste ragioni le mascherine filtranti (gruppo 3) NON devono e non possono essere usate da medici, operatori sanitari, forze dell’ordine e da lavoratori che debbano operare a meno di un metro di distanza. La ragione è dunque che non vi è certezza di protezione perché liberamente prodotte.

Progetto di Ubaldo Samuelli. Nella foto il primo prototipo funzionale realizzato da Elisa Amati con tessuto da kite (esterno) e cotone (interno).

Bisogna però aggiungere…

…che queste “mascherine filtranti” (sempre a seconda di come sono realizzate) possono limitare lo scambio di droplet fra persone, con un certo beneficio per il rischio contagio. I droplet sono le piccole goccioline di saliva o muco, solitamente invisibili, emesse involontariamente da chiunque parla, tossisce o starnutisce.

La mascherina diventa quindi uno schermo fisico avente una certa azione filtrante quasi sicuramente in grado di intercettare almeno parte dei droplet vaganti nell’aria. Droplet generati tanto da chi indossa la mascherina, quanto da chi si trova nelle immediate vicinanze. Si può quindi concludere che conferiscono nella pratica un modesto e assai variabile grado di protezione, sicuramente meglio di niente.

Questo effetto di protezione è incerto, modesto, dipende da come la mascherina è realizzata, da come viene indossata, da quanto tempo la si sta usando, dalla carica virale presente nei droplet: tutte ragioni da cui appare chiaro che la mascherina filtrante liberamente prodotta non può essere classificata “dispositivi di protezione” (come quelle complesse del gruppo 2), e nemmeno offre la garanzia delle chirurgiche (gruppo 1), realizzate e testate in base a norme molto rigide e severe.


La circolare ministeriale

Questa circolare specifica ad oggi che cosa NON sono queste mascherine, ma precisa bene le responsabilità di chi le pone sul mercato.

La ragione è presto detta: non devono ingannare chi le acquista e le impiega facendogli ritenere di essersi dotato di un grado di protezione che invece non esiste, perché la mascherina è stata realizzata senza alcuna verifica della sua reale capacità protettiva e senza alcuna certificazione normativa. Però, ribadisco, è comunque meglio di niente!

Ecco la sintesi di quanto si desumere circa le “mascherine filtranti”. Caratteristiche:

  • non sono mascherine chirurgiche (non sono dispositivi medici);
  • non sono dipositivi di protezione individuale (non sono DPI);
  • non necessitano di rispondere ad alcuna norma;
  • occorre specificare in etichetta una serie di informazioni chiare e dettagliate;
  • non devono arrecare danno a chi le utilizza;
  • non devono comportare rischi aggiuntivi per chi le utilizza.

Il produttore deve prevedere la destinazione d’uso e deve assumersi ogni responsabilità circa gli ultimi due punti di cui sopra.


Qualche suggerimento

Dati i volumi delle richieste attuali e il desiderio di contribuire a limitare rischi e danni del Covid-19, moltissime aziende hanno deciso di avviare produzioni ingenti.In proposito, parrebbe opportuno suggerire alcuni aspetti fra i quali:

  • una attenta valutazione di responsabilità e rischi derivanti dalla loro messa in commercio;
  • il rispetto delle norme minime per la messa sul mercato;
  • l’opportunità di rispettare almeno qualche requisito minimo previsto per le mascherine del gruppo 1.

Quest’ultimo punto può essere perseguito leggendo con pazienza la norma UNI EN 14683, la quale spiega come vanno realizzate e testate le mascherine chirurgiche del gruppo 1 e traendo così qualche spunto per realizzare la popria produzione.

Per esempio, sarebbe opportuno fare mascherine in modo da ottenere un certo grado di filtrazione batterica, e/o una elevata traspirabilità, e/o una idrorepellenza sul lato esterno, e/o una antibattericità della superficie interna a contatto con le labbra, e via dicendo.

Il suggerimento è di evitare la produzione di mascherine “discutibili”, delle quali – magari a posteriori – si potrebbe essere chiamati a dimostrare il non incremento di rischio per chi le aveva impiegate o, peggio, la non responsabilità di un contagio fatale. Molto importante è quindi anche l’etichettatura.

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