La donna senza nome

Questo racconto è un breve estratto da Muj Project, un nuovo progetto di Ayzoh! dedicato alle comunità Rom e Sinti e realizzato in collaborazione con alcune di esse. Attraverso diversi linguaggi espressivi — fotografia, scrittura, video, grafica e moda — Muj Project esplorerà gli aspetti meno conosciuti (e quasi sempre ignorati dai media mainstream) di queste culture.


C’era e non c’era, tutte le favole rom iniziano così. Solo che a raccontarle, i piedi scalzi che correvano sulla battigia e la gonna di seta tirata su con una mano, era proprio lei, la Donna-Senza-Nome.

La chiamavano così, giù alle kampine, e la guardavano da lontano, s’incantavano a vederla sparire nella notte oltre le onde del mare. Aveva la voce bassa che hanno i bordi rotti delle conchiglie, più bassa del sibilo del vento e a volte sembrava che cantasse. Aveva molti bracciali e molti sorrisi, gli occhi lunghi d’ambra e le dita piccole, quasi fragili.

Raccontava molte storie, erano gli anni ’30 e lei aveva una storia per ogni giorno d’estate. Così aveva detto. Avrebbe raccontato una storia ogni sera, lì sulla battigia e poi se ne sarebbe andata a settembre, avrebbe lasciato i suoi bracciali di vetro nella sabbia, a custodire le parole fino all’estate successiva.

Per ogni storia chiedeva due soldi e un goccio di vino. Ai bambini che non avevano niente chiedeva solo un pezzo di pane, un sorriso. Era arrivata di notte e di notte sarebbe ripartita, diceva.

Mio nonno, piccolissimo, e i suoi, facevano circo sulla spiaggia e ogni tanto scappavano via e la andavano a trovare. Se ne stava sempre lì, da sola, guardava il mare al tramonto e rideva piano piano tanto che, per tutta la vita, mio nonno si chiese se non stesse in realtà piangendo con la mano appoggiata alla bocca sottile.

Un giorno, a fine agosto, la trovarono che arrotolava il tappeto e raccoglieva le sue cose. Capirono che era già tempo e forse qualcuno nascose una lacrima minuscola, per quella loro sorella così strana e bella insieme.

Le chiesero l’ultima storia, lei si sedette sui gradini della kampina, davanti alla porta e si lisciò la gonna. Era il segno che dovevano sedersi anche i bambini e fare silenzio.

Me lo raccontò mille volte mio padre, dopo che mille volte glielo aveva raccontato mio nonno.

Quella sera la Donna-Senza-Nome raccontò la storia di Chirikli (in romanes “cardellino”). La raccontò con la voce che si ha sempre prima di una lunga notte, indicò il mare con la punta del dito e disse: “Là, oltre il mare, vola Chirikli.”

Fece un respiro profondo. “Voi non lo vedete e non sapete la sua storia; io lo vedo e ve la racconto io. Ma mi raccomando: custoditela bene e non raccontatela mai se non è sera. Sapete, di giorno non si è mai sinceri: soltanto la luna vede ogni cosa, ogni storia che di notte è così vera e al mattino diventa come questa sabbia, piccola e persa, insignificante.”

Prese un tamburello e ci batté sopra due volte per scacciare gli spiriti della battigia e di tutte le cose rimaste a metà che in certe tradizioni rom traggono sempre gli uomini in inganno.

“Questa è la storia di Chirikli. Chirikli è un cardellino e vola alto, oltre il mare e oltre le stelle. Vola sulle cose che voi non vedete e vola su campi di spighe e di vetro. Vetro sono i suoi occhi, fondi come il vetro. Vetro le sue zampe e il suo becco.

Vetro, l’hanno riempito di vetro per non farlo volare ma le sue ali sono fatte di carne e piume e sono forti, lo guidano ai bordi della luna. Le sue ali sono i suoi occhi e i suoi occhi sono una cometa, quella che è scesa sopra il paese l’altra notte. Avete espresso un desiderio?

Chirikli aveva una casa, un nido costruito a regola d’arte e aveva una famiglia a cui tornare ogni sera. Cantava sempre, quando la sua gola non era ancora vetro e cantava soprattutto quando era triste, come voi, come noi rom. Le sue canzoni erano le labbra del vento e due chicchi di riso, le sue canzoni mescolavano le anime e l’oceano.

Certi uomini, però, sono sordi anche se sentono e a questi uomini la musica non piace. Così, mentre Chirikli dormiva, lo misero dentro una gabbia di vetro e di neve e gli legarono le zampe strette strette perché non potesse più camminare. Gli misero un vestito di neve e di gelo perché non volasse e lo lasciarono così, solo, nel bosco.

Passarono molti giorni e Chirikli era triste, più triste del mare quando ghiacciano le onde. Credeva d’essere tutto di vetro e di neve e così non osava volare. Guardava il mondo dalla sua gabbia e, avendo il becco di vetro non osava cantare.

Tutti gli animali che passavano, dallo scoiattolo alla lince, gli dicevano: “Povero Chirikli, cardellino di neve e di vetro”. Passarono molti anni e Chirikli non si muoveva. Poi successe una cosa. Un giorno, una farfalla si posò su una sbarra della sua gabbia e disse: “Come sei bello, hai tanto sofferto! Perché non voli via?

“Non posso, sono in gabbia.”

“Ma che dici? La porta è aperta! Dietro di te!”

Chirikli si girò e vide che la farfalla non mentiva. Per tutti quegli anni non si era mai girato, aveva sempre dato le spalle alla porta della gabbia per non vederla chiusa, tanto che non si era accorto che la gabbia era vecchia e la porta si era aperta.

Però non poteva lo stesso volare. “Ma io sono di vetro e di neve, vedi le mie ali? Non possono volare.” La farfalla rise piano e gli sfiorò le ali con le zampe fragili. “Che dici, Chirikli? La neve si è sciolta, è primavera. E il vetro, Chirikli, riflette la luce. La luce del sole!”

Chirikli provò a distendere le ali e quasi urlò quando ci riuscì. Uscì dalla gabbia e si mise a volare alto, sempre più alto, anche se il vetro era pesante e sentiva ancora freddo. Voleva raggiungere le stelle che aveva guardato ogni notte, per anni.

Quelle stesse stelle che non osava vedere, quelle stesse che quella mattina, inaspettamente, gli erano entrate nella gabbia insieme alla farfalla. Perché solo la Bellezza poteva liberarlo, bambini, soltanto la Bellezza.

Chissà se un giorno ci è riuscito. Chirikli è un cardellino. È fatto di neve e di vetro, Chirikli però vola. Vola alto. E voi siete lui, siete Chirikli.

“Volate!”

Finì così la Donna-Senza-Nome, si voltò ridendo ed entrò nella kampina. Il mattino dopo era sparita e nessuno, in realtà, la vide più. Qualcuno disse che era soltanto uno spettro, altri giurarono di non averla mai vista lì.
I bambini corsero via e per molto tempo non ci pensarono più.

Forse ci pensarono dopo a Chirikli, cardellino rom, forse addirittura, dentro un mondo di vetro e di neve, un giorno, li salvò. Ma questa è un’altra storia.

Network

Iscriviti alla nostra newsletter mensile: riceverai storie da alcune delle comunità più interessanti del mondo oltre che informazioni su viaggi, laboratori, pubblicazioni e opportunità di collaborazione disponibili o in arrivo. Ti piacerà, promesso!

La donna senza nome

Torna su