Equinozio d’autunno – Un racconto su un pezzo storia romanì che resiste

Questo racconto è un breve estratto da Muj Project, un nuovo progetto di Ayzoh! dedicato alle comunità Rom e Sinti e realizzato in collaborazione con alcune di esse. Attraverso diversi linguaggi espressivi — fotografia, scrittura, video, grafica e moda — Muj Project esplorerà gli aspetti meno conosciuti (e quasi sempre ignorati dai media mainstream) di queste culture.


Autunno ha i capelli di fuoco e porta negli occhi la cenere e il caos. Ha il profumo di grano bruciato e canta con la voce dei mari deserti. Quest’anno è nato il 23 settembre.

Per la mia famiglia (la parte rom montenegrina), l’equinozio è motivo di festa. Si arrotolano i tappeti, si sciolgono i capelli e la vita rallenta, si dilata nei bicchieri di liquore quasi incendiario.

La tradizione prevede di raccogliere rametti di rosmarino, arrotolarli e legarli con spago e seta. Dopodiché si bruciano le punte degli aghi, e si recitano preghiere profane, si invoca Devel, “dio”, perché le kampine siano case accoglienti e il vento rimanga gentile.

I promessi sposi non devono vedersi fino all’alba del 24 e le donne vedove siedono al tramonto cantando dei mariti (stessa cosa eventuali uomini vedovi).

La sera si srotola il rosmarino e si appende alla porta della kampina, al cui esterno viene disegnata la ruota indiana con vernice colorata, in oro o blu, come simbolo di protezione.

Ci si ritrova e prima di iniziare la cena, si fanno libagioni per i morti, pronunciando il loro nome a ogni goccia di vino che bagna il terreno. È, peraltro, unico momento in cui è concesso pronunciare il nome dei morti.

Poi si dà il via alle feste, si mangiano piatti tipici (come la gibanizza o i cupauzi) e si suona fino “a quanto il vento non si ferma” (espressione che non saprei tradurre altrimenti in italiano).

Le donne bagnano le trecce in acqua di rose e ballano intorno al fuoco, indossando le gonne tipiche. Si va a dormire solo all’alba.

Il giorno dopo, e tutti i giorni a seguire, per un mese, si accende una candela da mettere in un barattolo di vetro con un ramo di lavanda, al centro della kampina.

Non sempre la tradizione rimane viva nella storia famigliare e spesso viene modificata in base al luogo geografico in cui ci si stabilisce, ma per quelli che ancora lo festeggiano, è un giorno importante, è l’inizio della stagione fredda che avvolgerà il cuore e fermerà il tempo.

È di nuovo segno di partire.

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