Cosa intendiamo ad Ayzoh! quando (raramente) usiamo la parola “solidarietà”

Testo di Federica D’Alessio — Per usare nei confronti degli altri un’autentica solidarietà è necessario liberarsi di due vizi mentali: il pietismo da una parte e il senso di carità dall’altra.

La solidarietà è un sentimento dignificante, per usare anche oggi uno di quei concetti che in italiano esistono solo in versione astratta e mummificata, mentre in inglese vivono di vita vera.

Comporta reciprocità, rispetto e riconoscimento del punto di vista altrui, comporta valutazione e negoziazione delle rispettive posizioni: io sono qui, tu sei lì, siccome mi sento solidale mi sposto e ti vengo vicino, non sono più dov’ero prima, ora sono esposto ai venti, allo scoperto anch’io; spostati anche tu adesso, ecco, riparami mentre io riparo te; ora camminiamo insieme.

La carità si fa a distanza, a chiacchiere, rimanendo dove ti trovi. Non ti cambia la prospettiva, non rinegozi con nessuno le tue posizioni, non sposti nessun equilibrio, non ti esponi a nessun vento.

Va così tanto d’accordo con i privilegi, è così solidamente attaccata allo status quo che è proprio nei salotti caritatevoli che ci si può permettere di dare più spesso e con piacere ospitalità alle lamentazioni vittimiste contro il privilegio, utili solo a vedere se per botta di culo qualcuno di buon cuore ti spalanca la via delle briciole o meno.

La solidarietà è un sentimento rivoluzionario, in grado di abolire sul serio lo stato di cose presente, perché rimette in discussione il potere. Ma pochissimi la provano, pochissimi sanno davvero cosa sia.

I più fanno discorsi caritatevoli, dall’alto verso il basso, non hanno il coraggio di guardare davvero negli occhi quelle persone “non privilegiate” di cui pure si riempiono tanto la bocca.

Federica D’Alessio

Cosa intendiamo ad Ayzoh! quando (raramente) usiamo la parola “solidarietà”

by Claudio Maria Lerario time to read: 1 min
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